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I ricordi in bianco e… soprattutto in Nero: Il caso Roggero e il tramonto dello Stato di Diritto ⚖️🔫

Il verdetto definitivo della Cassazione sul caso del gioielliere Mario Roggero ha sortito l’effetto di un sasso in una piccionaia, dividendo il popolo italiano in due fazioni inconciliabili: da un lato chi vorrebbe conferirgli una medaglia d’oro al valor civile, dall’altro chi riconosce la brutale realtà di un’esecuzione sommaria consumata in mezzo alla strada.

La cronaca dei fatti è nota, ma è bene rinfrescare la memoria a chi soffre di amnesie selettive. Tre farabutti entrano nella gioielleria di Grinzane Cavour minacciando con violenza la moglie e la figlia del titolare per svuotare la cassaforte. Fin qui, la dinamica criminale è da condanna senza appello. Il cortocircuito avviene subito dopo: una volta consegnati i gioielli, i malviventi escono dal negozio e si dirigono verso la loro auto per fuggire. È in quel momento che Roggero impugna la pistola, li insegue fuori e spara a bruciapelo, uccidendone due e ferendo il terzo.

Tre gradi di giudizio, con rigoroso e impeccabile rigetto della legittima difesa, si sono espressi sancendo che la giustizia fai-da-te è un reato. Il risultato? Una condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per duplice omicidio.

La sentenza sul Caso Roggero e un popolo… meravigliosamente nero.

La Suprema Corte ha stabilito che Roggero deve andare in carcere e risarcire i familiari delle vittime con cifre considerevoli. Apriti cielo. La reazione di una fetta considerevole di pubblica opinione ha messo a nudo una spaccatura antropologica spaventosa:

  • I difensori della Costituzione, che si ostinano a credere nelle regole della democrazia.
  • I nostalgici del far west, pronti a stracciare i codici dello Stato per sdoganare il concetto che la vendetta privata sia non solo legittima, ma persino doverosa quando le istituzioni non arrivano in tempo.

Affermare pubblicamente che “ha fatto bene a sparargli alle spalle” rivela un’attitudine civile decisamente inquietante per il 2026. Pensare che il cittadino possa ergersi a giudice, giuria e boia non è senso di giustizia: è un principio squisitamente mafioso travestito da ordine pubblico.

Il grande festival dell’ipocrisia politica

Ovviamente, la politica nostrana non ha perso l’occasione per gettarsi sul cadavere dello Stato di Diritto a caccia di consensi facili. Il coro della destra di governo si è compattato in una stizzita protesta contro le stesse leggi che loro stessi hanno approvato o difeso.

  • Il Ministro Nordio si è subito travestito da Puffo Quattrocchi della giustizia, agitando le carte per avviare l’iter della “grazia” a Roggero, scordandosi forse che l’articolo 87 della Costituzione assegna tale prerogativa esclusivamente al Presidente della Repubblica, e non al primo inquilino di via Arenula che passa di lì.
  • Matteo Salvini ha gridato sui social alla sentenza “profondamente ingiusta”, dimenticando con straordinaria nonchalance che l’attuale norma sulla legittima difesa è stata scritta, limata e rivendicata proprio dal suo stesso partito.
  • Il Generale Vannacci non poteva esimersi dal commentare, sposando in pieno la linea del “ha fatto bene”, giustificando l’azione muscolare in base al numero di rapine subite in passato dall’esercente.
  • La Premier Giorgia Meloni ha espresso tutto il suo sdegno, inarcando il sopracciglio contro i risarcimenti dovuti alle famiglie dei malviventi. Peccato che l’obbligo di ristoro civile in caso di eccesso o reato sia un pilastro del codice penale italiano che la sua stessa maggioranza non si è mai sognata di abrogare.
  • Forza Nuova, infine, sfoggiando le sue più smaglianti cinquanta sfumature di nero, ha invocato la liberazione immediata del gioielliere in nome di una presunta e intoccabile “sacralità della difesa”.

Dal Caso Roggero al passato: verso dove stiamo correndo?

La deriva che questa vicenda sta assumendo a livello mediatico ed elettorale deve farci seriamente riflettere. Sotto il tappeto dell’indignazione popolare sta emergendo un’ondata di intolleranza e ferocia collettiva, alimentata da anni di frustrazioni e da una totale assenza di una guida nazionale competente.

Al nostro Paese manca disperatamente una visione illuminata, capace di proiettare l’Italia verso traguardi internazionali e standard civili moderni. Invece, preferiamo restare saldamente ancorati al fango del dibattito da taverna, oscillando pericolosamente tra le sentenze di Cassazione e le grida della piazza.

C’è un retrogusto decisamente nostalgico in tutto questo spingere verso la giustizia sommaria e il disprezzo per le garanzie costituzionali. Ha il sapore acre e spaventoso di quel ventennio fascista che la storia ci ha imposto di ricordare proprio per evitare di riviverlo. Perché quando lo Stato abdica al monopolio della forza per lasciarlo in mano al primo cittadino armato, la democrazia finisce e inizia la dittatura del più forte. E quella, la Storia insegna, non ha mai portato bene a nessuno.

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