Siamo passati dai comizi nelle piazze alle dirette nei feed, convinti di aver guadagnato in democrazia, quando forse abbiamo solo perso in profondità. I social network in campagna elettorale non sono più uno “strumento in più“: sono diventati l’arena principale, il luogo dove l’opinione pubblica viene plasmata, talvolta con la precisione di un chirurgo, talvolta con la delicatezza di un elefante in una cristalleria.
Tutto è cambiato con lo scandalo Cambridge Analytica. Lì abbiamo capito che i nostri “mi piace” non erano semplici cuoricini, ma dati pronti a essere trasformati in voti. Da quel momento, la politica ha smesso di parlare alla testa delle persone per iniziare a solleticare i loro istinti più profondi attraverso gli algoritmi.
Da Alberto Angela a TikTok: il corto circuito culturale
L’avvento di TikTok ha rimescolato le carte. La fruizione rapida, visiva e istintiva ha abbattuto ogni barriera d’ingresso, portando alla ribalta contenuti che oscillano tra l’intrattenimento leggero e il demenziale puro. Il problema non è la piattaforma in sé, ma la deriva che genera: quando una figura pittoresca, con un bagaglio culturale elementare, accumula più seguito di Alberto Angela, il corto circuito è già avvenuto.
Se la nostra classe dirigente appare sbiadita e la TV nazionale insegue il trash per sopravvivere, è comprensibile che queste figure aspirino a un posto al sole (e magari a uno scranno in Parlamento). Stiamo barattando la competenza con la viralità, e il prezzo lo paga la qualità del dibattito pubblico.
Dal macro al micro: il surrealismo della politica locale
Se a livello nazionale e internazionale la costruzione del consenso è ormai una disciplina quasi scientifica (basti pensare alla comunicazione muscolare di Donald Trump o all’uso sistematico delle emozioni da parte di molti leader populisti europei) quando scendiamo nel microcosmo della politica comunale la situazione precipita nel surreale.
Qui la strategia svanisce, lasciando spazio alla visibilità spicciola. Il feed si trasforma in un ricettacolo di contenuti sterili: candidati poco prima al governo che denunciano problemi che loro stessi non hanno mai risolto; oppositori affetti da amnesie selettive, dimentichi che “quando c’erano loro” la situazione non era migliore; nuovi aspiranti che si intestano la paternità di progetti già pronti da un decennio.
Il risultato è una comunicazione politica locale che non informa, non propone, non convince: si limita a occupare spazio nel feed altrui.
Perché il gruppo comunicazione è (davvero) decisivo
Gestire la comunicazione di un candidato non significa saper girare un video o scrivere un post. Significa costruire una strategia capace di proteggere il politico anche, e soprattutto, da se stesso e dal proprio entourage.
Un gruppo comunicazione serio dovrebbe saper fare tre cose fondamentali.
- Prima: filtrare chi sta vicino al candidato, perché gli attacchi più letali arrivano spesso dall’interno, e una crisi a metà corsa è quasi sempre insanabile.
- Seconda: anticipare gli imprevisti, perché non esistono scuse per chi non ha ponderato gli scenari possibili.
- Terza: abbandonare la presunzione di avere sempre ragione, il confronto con chi la pensa diversamente non è una debolezza, è l’unico modo per allargare davvero l’orizzonte.
In conclusione
In questa giungla di pixel e promesse, recuperare un briciolo di pensiero critico non è un lusso: è una necessità. La diversità di vedute non dovrebbe spaventarci, dovrebbe stimolarci a migliorare.
Se la politica continua ad inseguire l’algoritmo, rischia di dimenticare le persone. E le persone, una volta spento lo smartphone, restano con gli stessi problemi di sempre. E con meno strumenti per affrontarli.


